Utente: Raldi
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classe 1989 piacere di conoscerti!!! Semplicemente un idiota qualunque con un computer, un cuore, una mente confusa, un blog e parecchi sogni che sfumano giorno dopo giorno. Perchè dovrebbe interressare quello che scrivo? Perchè ho la pretesa di nascondere sempre un messaggio dietro le mie parole
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mercoledì, 02 dicembre 2009
Undici anni di passione alla fine lasciano un segno

In undici anni di vita in materassina ne ho viste di tutti i colori.
Ho cominciato quando ero in quarta elementare, così, un po'per gioco, un po'perchè il dottore diceva che avevo bisogno di fare sport (e il calcio mi faceva schifo), un po'perchè ero assuefatto dalle arti marziali e volevo distribuire lividi e ossa rotte a chi mi stava sulle balle.
Il mio primo maestro fu sicuramente colui che mi diede la disciplina. Prese quel ragazzino grassoccio e iperattivo che ero e lo ridimensionò a dovere.
Mi insegnò l'umiltà e il rispetto verso i compagni, grazie a lui probabilmente ho imparato a non arrendermi mai in materassina e a rialzarmi dopo ogni colpo.

2009_06070015

Il mio secondo maestro fu quello che mi crebbe come judoka. Mi ha insegnato le basi delle tecniche, mi ha fatto allenare, mi ha tenuto nei binari "giusti" e mi ha insegnato un judo basato sulla tecnica.
Con lui ho avuto le mie prime vittorie, nella categoria dei pesi massimi in federazioni secondarie. Un periodo in cui la mensola della mia cameretta si riempì di trofei luccicanti che mi fecero solo venire più fame di vittoria.
Lui mi ha cresciuto per diventare il suo sostituto, per prendere il suo posto in palestra in un futuro. Per me c'erano solo le gare. Avevo bisogno di misurarmi, volevo nuove sfide, nuovi stimoli. Volevo passare nella federazione principale italiana (fijlkam).
Ero spavaldo, sicuro di me, e non temevo nessuno. Mi allenavo come un mastino, cinque, e a volte anche sei, giorni la settimana, e la domenica gara. Durante i miei allenamenti massacravo i miei compagni, si dovevano alternare in tre a giro per permettermi di tenere un buon ritmo.
Mi allenavo anche in sala pesi e in quel periodo riuscii a dimagrire visibilmente, scesi di due categorie di peso passando da un buon 115 kg a 86 kg nel giro di meno di un anno. Mi sentivo forte, mi sentivo invincibile, e per la prima volta mi sentivo anche più veloce e snello.
Mi presentai alla prima gara in fijlkam (qualificazioni campionati italiani juniores) sicuro di vincere, fu uno schiaffo morale spaventoso perdere con quel ragazzo di Como. Lo stesso ragazzo che in seguito sarebbe diventato la mia "bestia nera".
Quell'anno si concluse con dei magri risultati, riuscii a raccimolare giusto qualche terzo posto e qualche punticino per la cintura nera (ne servono 40 per avere una cintura nera in fijlkam, ad oggi io sono riuscito a raccimolarne solo 6). Il risultato più alto fu il terzo posto alla Coppa Lombardia, sempre dietro a quel ragazzo di Como.


Ero arrabbiato con me stesso, davo la colpa dei miei fallimenti ad un allenamento insufficente, quindi spingevo sempre di più.
Per permettere al mio corpo di tenere il passo con gli allenamenti, alla sera quando tornavo a casa, facevo dei bagni nell'acqua ghiacciata. Così il mio corpo il giorno dopo sarebbe stato tonico e pronto per prendere altre botte.
Ero così avido di vittoria che abbandonai il mio maestro scaricando su di lui le colpe della mia preparazione senza esperienza di gare agonistici di un certo livello. Andai in una delle palestre più quotate di Milano pensando che loro sarebbero riusciti a valorizzare le mie capacità.
Passai dall'essere il campione, assecondato e aiutato da tutta la palestra, ad essere l'ultima ruota del carro. Un atleta da "macello".
I veri atleti di punta della palestra utilizzavano me ora come sparring partner, ero abbastanza grosso e abbastanza forte da farli lavorare meglio che con i ragazzini delle nuove generazioni, ma non abbastanza da batterli e da rispondere a dovere ai loro colpi. Fu uno schiaffo morale ancora più grosso che digerii solo piegando la testa e allenandomi ancora di più.
L'unico problema era che ora avevo finito la scuola ed ero entrato nel mondo del lavoro. Non potevo più permettermi di fare delle belle dormite pomeridiane ristoratrici o di unire all'allenamento in materassina un allenamento in palestra.
Mi resi conto sul serio che per continuare a certi livelli e fare il salto di qualità avrei avuto bisogno di opportunità come quelle che avevano la maggior parte dei miei nuovi compagni: Erano tutti studenti universitari, per buona parte fuori corso e con genitori che assecondavano i loro allenamenti e anzi, li incitavano nel proseguire.
Insomma per farla breve avrei avuto bisogno di: soldi e tempo.
Due cose che per me che mi autofinanziavo sia gli allenamenti che gli spostamenti per le gare con i miei mille euro mensili scarseggiavano non poco.
Riuscii nel giro di un anno a guadagnarmi un posticino tra gli atleti della palestra, se non altro per la mia costanza e la mia forza di volontà.
Ma alla fine si doveva giungere al momento del collasso.
Il momento in cui tornato a casa la sera per prendere il borsone e uscire di nuovo per andare agli allenamenti cominciava a diventare uno sforzo troppo pesante.
Quando la mattina dopo gli allenamenti mi alzavo dal letto e zoppicavo verso l'armadietto delle medicine per il dolore al ginocchio e realizzavo che mi aspettava la traversata della città in metropolitana.
Forse cominciavo a perdere la fame di vittoria che mi aveva spinto fin li e alla fine mi sono arreso all'evidenza. Non basta volere una cosa per poter riuscire ad ottenerla.

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Ieri sera è stata la mia ultima lezione di judo. Appenderò il judogi al chiodo.
Ieri sera mentre zoppicavo verso la macchina mi sono voltato verso la materassina. Ho voluto darle un ultimo sguardo.
Tornando verso casa ho ripercorso tutti i momenti belli e i momenti tristi vissuti in undici anni di vita in materassina. Le botte prese e le quelle date.
Dentro di me ho capito di essere arrivato alla frutta. Mi sono sentito sconfitto, è proprio il caso di dirlo.
Ho sentito il bisogno di prendermi una pausa, di cominciare a vivere più rilassato.
E' il momento di fermarsi e dedicare il mio tempo ad altro. Cercando nuove esperienze e nuove soddisfazioni ho deciso di dedicarmi definitivamente alla montagna come passione principale. Vivendola diversamente dal judo in maniera più rilassata, basta con l'agonismo. Voglio finalmente cercare un poco di pace

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Raldi @ 10:25 | commenti (9)|

lunedì, 09 novembre 2009
Di sogni e belle speranze non abbiamo mai parlato

I più attenti di voi oramai avranno già capito quali sono i miei sogni e le mie belle speranze, ma penso che sia giunto il momento di parlarne apertamente.

Dunque, bisogna trovare un buon punto di partenza: Gli eventi raccontati in Nato sbagliato mi sembrano un ottimo punto da cui cominciare.
Da piccolo non ho mai avuto grossi sogni nella vita, infatti quando i miei compagni d'asilo volevano fare i poliziotti o i dottori, io volevo fare il carrozziere. Aspiravo semplicemente a seguire le orme di mio padre.

io e papàPoi crescendo si cambia, è inevitabile.
Ho cominciato a farmi dei miei interessi e anche (perchè no) delle piccole aspettative un po' romantiche (diciamo).
Facendo judo, e vincendo le prime garette non potevo non pensare che fossi bravino, e che magari quella del atleta professionista fosse la mia strada. (Prima badilata in faccia)

2009_06070008Mi ero appassionato alle moto custom (stile Harley-Davidson per i non avezzi) e, avendo un background da carrozziere, il passo fu breve. Pensai di aprire una bella officina di moto dove avrei elaborato e costruito gioiellini custom su due ruote. (seconda badilata in faccia)


Alla fine ho assecondato la mia passione per la montagna, e ho sognato di trasferirmi nell'ambiente alpino, pensando anche di diventare guardia forestale o alpino.
Ero in quarta superiore quando comincia a progettare la mia fuga da Milano: L'idea di massima era quella di prendere la patente e finire la scuola superiore il più in fretta possibile, cominciare a frequentare con assiduità settimanale la mia casa sopra Varese e iniziare piano piano anche a dargli una sistemata. Trovarsi un lavoro (che poteva benissimo essere il meccanico o il carrozziere) e finire con il trasferirsi in pianta stabile sopra Varese (non sarebbero state chissà quali montagne, ma li ho parecchi amici e il trasferimento non mi sembra neppure dei più drastici).
Tutto procedeva nel migliore dei modi, fino a quando un mattino di marzo, mentre mi trovavo su di un treno per Budapest baciai una ragazza.


Da quel momento tutto cambiò: Misi da parte il mio piccolo sogno di fuga per accettare quella felicità istantanea che mi veniva proposta. Parlai già tempo addietro di quel giorno in cui presi feci una scelta.
Mi trovai un lavoro in un piccolo ufficio e non pensai troppo al futuro, visitavo la montagna sporadicamente giusto con un poco di malinconia addosso e niente più. Tutto svaniva più o meno al rientro a Milano.
Poi, un bel giorno di Dicembre, successe qualcosa. Un evento che mi avrebbe cambiato la vita. Fui tirato in mezzo per una gita in quel Pila. Era già da qualche anno che volevo provare lo Snowboard e colsi l'occasione per una prima uscita sulla tavola.
L'uscita fu dai risvolti tragicomici come scrissi in seguito. Il mio sedere e buona parte delle mie ossa piansero per almeno tre giorni, ed era forse la cosa più bella che io avessi mai fatto.
Senza accorgermi presi la malattia della neve e fu la fine. Presi tutti i weekend che avevo liberi e li dedicai al sali e scendi dagli impianti.
Alla fine la montagna era tornata, come se il tuo primo amore ti chiama dopo qualche anno che non vi sentivate più, e la sua voce ti riaccende la fiamma nel cuore.
La ditta nella quale lavoravo chiuse e io mi dovetti cercare un nuovo lavoro nuovo, e fortunatamente lo trovai abbastanza in fretta. In quel periodo conobbi persone con delle esperienze di vita delle più disparate. E da loro capii che non si può lavorare a uso automa per il resto della propria vita. Che ci deve essere un'aspirazione più grande nella vita che quella di far crescere il bonifico che il datore di lavoro ti fa a fine mese. Non ne vale la pena.
Da quel momento fino ad oggi ho consciuto persone chehanno dato una svolta alla loro vita attraverso il loro amore per la montagna. Ora vivono in posti fantastici e fanno lavori faticosi e anche poco retribuiti, ma li fanno nel posto che amano e sono i lavori che amano.
Il passo successivo è stato semplice, mi son detto: Voglio vivere in montagna, e per farlo sarebbe un ottimo lavoro quello del Maestro di Snowboard.
Passo intere giornate a riflettere e a riprogettare la mia fuga, esattamente come quando ero in quarta superiore.

L'idea di base è questa:
Partiamo dal fatto che voglio vivere in montagna e non vedo alternative nel mio futuro.
La stagione invernale che sta per arrivare me la prenderei come periodo sabbatico diciamo, quindi la mia vita in questo periodo non subisce alcuna variazione, continua così.
Intanto cercherei di frequentare l'ambiente alpino il più possibile anche per vedere come muovermi e come potrebbe essere la mia vita in montagna. In particolar modo cercherei di girare in alcuni dei posti che potrebbero offrirmi possibilità e aspettative migliori (Livigno penso che sia il primo fra tutti)
Cercherei di risparmiare qualche soldo (che servono sempre) e aspetterei la fine della prossima estate.
Verso metà settembre mi prenderei un week end e partirei alla volta di Livigno con uno zainetto pieno di bei curriculum vitae aggiornati e ben argomentati.
Arrivato a Livigno comincerei con l'andare all'ufficio informazioni della città per chiedere e avere qualche dritta. Poi armato di pazienza partirei e mi fermerei in ogni posto che potrebbe offrirmi una qualsivoglia posizione lavorativa: Noleggi di sci, alberghi, ristoranti, pizzerie, pub, discoteche, negozi e via dicendo (il massimo penso che sarebbe riuscire a fare lo shaper sugli impianti, ma non è per nulla facile riuscire a diventarlo).
Se malauguratamente Livigno non dovesse offrirmi niente, scenderei verso Bormio e poi verso lo Stelvio, ma ho conosciuto parecchie persone che mi hanno descritto Livigno come la patria per questo genere di lavori, e tutti sono concordi sul dire che non è difficile riuscire a trovare una sistemazione stagionale li.
Metterei la mia preferenza su posti che mi offrano almeno un alloggio, e che mi diano del tempo libero per salire sulle piste, in modo da poter fare snowboard il più possibile e impratichirmi a dovere, magari anche con alcune lezioni di qualche buon istruttore (il maestro dei maestri per intenderci). E poi a fine stagione, se sono pronto, provare le selezioni per entrare al corso da insegnanti. Altrimenti, avendo vissuto qualche mese in questo ambiente comincerei con il cercare una sistemazione in pianta stabile che mi dia la possibilità di vivere anche il resto dell'anno in montagna e le opzioni sono due:
1- Trovare un lavoro che mi permetta di sistemarmi a Livigno o in altre località limitrofe (ad esempio lo Stelvio che permette di sciare anche in estate) fino alla stagione successiva.
2- Oppure riuscire ad unirsi ad una scuola di snowboard che organizza camp estivi, (come 6punto9 con la quale sono stato in Francia ad Agosto) e lavorare per loro come filmer, aiutante, preparazione tavole e via dicendo.
All'inizio della stagione successiva ricominciare la preparazione alle selezioni e sta volta, con due stagioni di preparazione fatte a dovere (l'università dello sci dello Stelvio organizza anche corsi preparatori alle selezioni) voglio essere ottimista e dire che non posso non passarle.
Da li in poi diciamo che non ho ancora progettato niente, apparte il diventare maestro e cercare di riuscirci a campare.

Non aspiro certamente a diventare ricco o a diventare un rider famoso, voglio soltanto vivere tranquillamente nell'ambiente che amo e fare ciò che amo, se non è chiedere troppo.
Per quanto possano pensare le persone che mi stanno accanto, io non mi ritengo un sognatore ad occhi aperti o un povero illuso. So benissimo che ci saranno ancora badilate in faccia, che non sarà facile, che ci saranno delle scomodità e delle problematiche impreviste, che non tutto potrebbe andare come previsto e che il mio progetto si basa su tanti se e su troppi magari.
Chi mi si conosce bene (e sinceramente dubito che ci sia qualcuno che mi conosca così bene) sa che non sono uno che fa cose avventate, e che se ho messo giù un progetto del genere, è perchè ho raccolto informazioni e mi sono documentato nei modi più disparati.
Non mi piacciono discorsi del tipo: "se è quello che vuoi fare fallo e basta" (quindi per piacere non scrivete simili sciocchezze nei commenti).
Non mi piace dovermi arrendere e ammettere di aver fatto dei grossolani errori di calcolo, quindi una volta partito non ho intenzione di tornare indietro a casa di Mamma e Papà se le cose non vanno bene.
Tutte queste cose implicano che se mi muovo, lo faccio con una certa sicurezza (con i piedi di piombo per essere chiari).
Penso che ora che avete letto il mio progetto vi stiate chiedendo: "Ma la ragazza che baciasti una mattina sul treno per Budapest? Nel tuo piano dove sta?"
E la mia risposta è terribile, banale, egoista e al tempo stesso semplice: "Quella ragazza nel mio piano non ha ancora trovato una sistemazione. Nei prossimi mesi spero che la trovi"
Non nascondo neanche che scrivo queste cose per farle leggere alle persone che mi stanno vicino, così che capiscano finalmente di cosa parlo quando dico che me ne voglio andare. Così che si rendano conto che non parlo solo perchè hom una bocca a cui dar fiato.
Perchè io a certe cose ci penso davvero tutte le mattine.


Raldi @ 14:00 | commenti (34)|

martedì, 20 ottobre 2009
Certo che ne è passata di acqua sotto i ponti...

Non è strano come cambiano le persone.
Si cresce, è inevitabile, ma è di una tristezza infinita.
Mi sono accorto che scrivendo
Nato Sbagliato mi sto raccontando. Sto scrivendo una vita di ricordi, un racconto scandito da episodi, allegri e tristi che ho vissuto.
E' un po' come mettersi a confronto con se stessi. Sembra di stare di fronte ad uno specchio che riflette la propria immagine ringiovanita.
E' triste come cosa. Rivedersi piccoli ai tempi della scuola. Ci si accorge che si è cambiati parecchio. Anche quando si prometteva di non cambiare mai. Si credeva ancora in valori genuini. E si vedeva il mondo in solo due colori Bianco e nero. E ora invece... si sono scoperte una marea di tonalità di grigio.
La malinconia certe volte mi assale mentre scrivo, e la cosa non mi è mai successa. Mi torna in mente il mio primo amore, e mi rendo conto di quanto bruciava dentro quel sentimento. Dei crampi alla bocca dello stomaco e di tutte quelle belle promesse sullo stare insieme per sempre.
Parole stupide in bocca ad un quindicenne che però ci credeva sul serio quando le diceva, e che ora porta una profonda cicatrice sul petto con il suo nome.
Tutto quello che è stato dopo si è avvicinato a quel sentimento ma non lo ha mai eguagliato in intensità di emozioni. Penso che non potrà mai tornare un covktail di sentimenti così bruciante.
Rileggo di vecchi amici e di fredde serate passate nel parchetto su quella panchina. Mi ricordo come ero e mi confronto con il me che sono ora.
Un cattivo elemento. Così mi vedeva la mamma della biondina, e infondo penso che non avesse tutti i torti. Ero uno spostato mentale, un teppista, eppure trattavo sua figlia come una principessa. Ho sempre pensato che fu lei a salvarmi da me stesso e farmi capire che un futuro c'era anche per uno come me.

Era qualcosa del genere tra di noi, lei tutta carina e pulita, io un rozzo scimmione non alla sua altezza.
Eppure insieme era una chimica perfetta. Almeno a me sembrava così. Il tempo poi dimostrò che mi sbagliavo.
Ma purtroppo si cresce, ci si lascia, si passa da una storia senza capo ne coda ad un'altra e intanto si finisce la scuola e arriva il momento di farsi una busta paga.
Si abbandonano i sogni semplici come quello di fare il meccanico di moto o di andare a vivere in montagna, per cosa?
Per un bonifico di 1000 euro al mese sul conto corrente ecco cosa.
Si comincia una nuova storia con una nuova ragazza impegnandosi nel cercare di farla funzionare a dovere (oramai l'amore ha cambiato completamente significato. E' svanita quella dolce illusione che rendeva tutto così magico quando avevi quindici anni), si cerca di mettere la testa a posto per costruire qualcosa di concreto (come vorrebbero i tuoi genitori), si ingoiano rospi come fossero caramelle, si abbassa la testa e si chiudono gli occhi per non vedere. E alla fine... ci si abitua.
Guardandosi allo specchio non si può che provare ribrezzo per se stessi. La nauesea comincia a farla da padrona.
Si cerca ogni singolo appiglio per dimostrare a se stessi che non si è caduti così in basso, e intanto ci si sistema per andare in ufficio bello e pulito, così magari raccimoliamo qualche 100 euro in più a scadenza contratto o almeno un misero rinnovo.
Non è così che vedevo me stesso proiettato nel futuro. Quel bambino nello specchio mi guarda con disgusto ed è come una pugnalata al costato.
Intanto il cervello macina pensieri come fossero chicchi di caffè. Si vede ogni paranoia amplificata, e ci si rende conto che bisogna fare qualcosa. Decidi di rimboccarti le maniche e sforzarti per realizzare uno dei tuoi desideri di sempre, almeno uno per creare la tua piccola felicita. Ti ritrovi messo davanti ad una scelta: Te stesso o i tuoi affetti, una domanda ingiusta.
Abbassi le orecchie e rimandi la scelta ad una data migliore. E intanto soffri. E nessuno sembra accorgersene e la cosa ti fa soffrire di più.
Ti domandi se ami troppo chi ti sta accanto e sei troppo buono, oppure se ami troppo poco e sei solo un egoista. La realtà è che neanche tu sai cosa sei.

Uno sfogo come tanti, oggi mi sento triste e malinconico, è uno di quei giorni in cui vorresti mandare a fanculo tutti e fare solo quello che ti rende felice.
Ti senti stanco e disgustato e decidi di dire le cose come stanno sperando (inutilmente) che sortiscano un qualsiasi effetto dirompente che ti cambi la vita.
Chiedo scusa a me stesso e a voi lettori.


Raldi @ 11:23 | commenti (27)|