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Immagine e Vignette: Raldi
Un saluto a tutti cari i miei lettori, come mi avete richiesto e come vi avevo promesso ecco il nuovo episodio della serie Nato Sbagliato.
Nelle scorse puntate c'è stato il ritorno al presente con il "simpatico" siparietto con il padre del ragazzo, oggi ritornano i ricordi invece.
Il nostro caro ragazzo si avvicina alla terza superiore portandosi dietro uno strascico di discussioni e liti coi professori che certamente non presagiscono nulla di buono per i tre anni che ha ancora davanti.
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La fine della seconda superiore era stata una sorta di sparti acque: molti dei suoi amici furono bocciati, alcuni per la seconda volta di fila (quindi impossibilitati a ripresentarsi a settembre nella stessa scuola), e molte delle loro strade finirono con il dividersi (nuove scuole, nuove realtà, nuove compagnie). Altri invece, scelsero per indirizzi diversi nell’istituto tecnico.
Alla fine restarono soltanto i fedelissimi del parchetto, e lui era uno di quelli. Grazie al suo senso pratico e alla sua spiccata dote nel riuscire a cavarsi sempre di impiccio, era riuscito a saltare sulla nave che non affondava, ed era approdato al triennio.
Era riuscito a farsi promuovere con abili macchinazioni sui compiti in classe: bigliettini, scambio di verifiche con i secchioni e mettendoci anche qualcosa di suo. In fondo non era in tutto un “rifiuto della società”.
Dimostrava una grande abilità manuale, una buona capacità espressiva nei temi di italiano e una mente molto aperta e sveglia. Forte delle sue capacità aveva spostato la sua lotta ai professori dalle semplici scaramucce, dispetti, e mancanza di rispetto, su un piano più elevato.
Andava a contestare metodi di insegnamento, modi di porsi con gli alunni e anche lo stesso sistema scolastico. Metteva in discussioni le sue idee e le sue opinioni con fatti ben argomentati. Era talmente bravo nelle contestazioni che spesso i professori finivano con il mettere fine ai dibattiti facendo ricorso a provvedimenti disciplinari che avevano tanto il sapore del: “Qui comandiamo noi, abbiamo noi il coltello dalla parte del manico, quindi vedi di darti una regolata!”
Per lui quelle repressioni a muso duro dei professori erano una vittoria morale: “Le loro idee si basano su castelli di carta, appena sentono a rischio il castello sfoderano la nota disciplinare o cose del genere, poveretti, sono talmente ciechi con se stessi da far pena!”. Si sentiva intelligente, e mentalmente superiore ai docenti.
Fu in questo periodo che sviluppò una avversione per la chiesa cattolica, i ciellini, e la religione stessa. Merito degli insegnamenti del suo professore di italiano, prete mancato, che farciva le sue lezioni con preghiere, citazioni religiose e che costringeva gli alunni al suo credo con la forza derivatagli dalla pagella.
In una periferia dove il sentimento apolitico e il menefreghismo erano dilaganti nelle nuove generazioni, lui cominciava a farsi un’idea propria, molto vicina al comunismo.
Ovviamente la dottrina di sinistra cozzava irrimediabilmente con gli insegnamenti paterni radicati nel suo subconscio (Devi lavorare, trovare una tua strada ed eccellere. Devi farti la tua azienda, e arricchirti con essa. Non sono ammessi fallimenti se vuoi essere degno del tuo cognome). Pensare agli studenti di sinistra che spopolavano nelle scuole della città gli faceva venire
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Eccoci arrivati dunque la prossima parte che seguirà temo che subirà qualche ritardo perchè ha bisogno di una revisione completa.
La ho scritta di botto senza rileggerla e penso che ci sia parecchio fuori posto. Quindi mi scuso già con il ritardo.
Senza contare che con il prossimo week end diamo il via a questa nuova stagione invernale sulle piste.
Mi attende un week end in Val Senales, sul quale faccio parecchio affidamento.
Sotto coi commenti sul capitolo dunque.
Raldi @ 14:18 | commenti (11)|
Ben tornati cari lettori, ci risiamo.
Cominciamo la settimana nuova con un nuovissimo episodio di nato sbagliato, vi ho lasciato forse per troppo tempo con l'acquolina in bocca, ma settimana scorsa non ero dell'umore di postare un nuovo capitolo.
Avevamo lasciato il nostro eroe alla fine del suo flashback, ripercorrendo la sua giornata tipo prima che scivolasse via con il suo monopattino.
“Non funziona internet!”, una voce antipatica ed altezzosa si alza dal divano “Cosa?”, il ragazzo finge di non aver capito prendendo tempo mentre si leva le scarpe sull’ingresso. “Internet, hai presente quella cosa che paghiamo per farti vedere sul computer tante cose interessanti dal mondo? Ecco non funziona!” “Si lo so cosa è internet, sai ci lavoro con le cose interessanti provenienti dal mondo. Ma io cosa ci dovrei fare se non funziona?” “Ho pagato per farti diventare perito informatico? Allora risolvi il problema! Chiama il servizio clienti se non sei capace” “Perché non lo hai chiamato tu dato che sei arrivato a casa prima di me?” “Ma con chi credi di stare a parlare eh? Io sono stato tutto il giorno in carrozzeria a sgobbare ed è questo il ringraziamento?” “Io sono andato in giro a divertirmi invece!” “Capirai che fatica, il signorino è andato a lavorare oggi, vuoi un applauso? Sarà mica un lavoro quello che fai tu?” “Mi dai almeno il tempo di entrare in casa?” “Si ma muoviti che poi dobbiamo guardare sulla banca se mi sono arrivati certi bonifici” “Mi pareva strano, soldi soldi soldi, solo a quelli sanno pensare”, il ragazzo mormora fra se e se mentre se ne va verso la camera per diagnosticare il problema della connessione. “Che hai da sbuffare?”, il padre irrompe nella camera desideroso di far vedere chi porta i pantaloni in casa. Da quando il figlio ha un lavoro ed è economicamente indipendente sente di aver perso il controllo che aveva su di lui e la cosa lo manda in bestia. Cerca in ogni modo di attaccar briga come se volesse dimostrare qualcosa a se stesso. “Hai mai pensato che un apparecchio elettronico per funzionare abbia bisogno della corrente?”, sarcastico il ragazzo risponde a dovere. Oramai sa bene che il padre su di lui non ha più potere. E’ un po’come in quei documentari coi leoni nella savana: Il capobranco viene attaccato dal giovane leone desideroso di diventare il nuovo capo. Il rapporto tra padre e figlio è praticamente identico. “Cosa vuoi dire?” “Come puoi pretendere di usare internet se questo apparecchio, che tu, nella tua infinita ignoranza, sai benissimo essere fondamentale per la connessione, ha il filo dell’alimentazione staccato?” Accortosi dell’imbarazzante svista il padre gira i tacchi e torna verso la sala. “Muoviti a venire a mangiare che se no si fredda”, il ragazzo si compiace con se stesso per la lezione data al genitore e raggiunge la famiglia a tavola. Mentre prende posto si ricorda di qualche anno prima, quando dopo essere stato a Varese di nascosto per incontrare la sua biondina, rincasava (spesso e volentieri in ritardo sul coprifuoco pomeridiano), e si sedeva a tavola. A cena cercava di non dare troppe spiegazioni su cosa avesse fatto il pomeriggio, anzi, se possibile, cercava di schivare ogni qualsivoglia discorso coi genitori carcerieri. Loro non avrebbero certamente compreso le ragioni di quelle fughe, avrebbero invece cercato di ostacolarle con ogni mezzo, liquidandole come inutili e stupide perdite di tempo e di denaro.
Dopo cena, stringendosi nel suo piumino si ricongiungeva con quelli del parchetto, lasciava che il “demone” riprendesse possesso del suo corpo e tutti insieme aspettavano l’arrivo della 64 facendo progetti per la serata. Al capolinea della 14 si incontravano con ragazzi di compagnie amiche e aspettavano tutti insieme il tram. Quell’incontro per andare in città gli sembrava una scena uscita da “I guerrieri della notte”, la cosa un poco lo inorgogliva anche. Gli piaceva vedersi come la via di mezzo tra Ajax e Swan: forte di pugno, invincibile, ma anche sveglio di cervello. Infatti era lui che si sobbarcava la responsabilità di riportare tutta la compagnia a casa sana e salva a fine nottata.
Un piccolo siparietto che ci catapulta di nuovo in un nuovo flashback.
La storia cominacia a delinearsi bene nella mia testa, riesco a vederne una trama ben distinta e so già come farla proseguire.
Quello che mi manca realmente è una conclusione appropriata, ma del resto come farebbe ad essere diversamente. dal tronde deve ancora essere vissuta questa conclusione.
Raldi @ 11:24 | commenti (18)|
Come vi avevo promesso sono ritornato sul racconto e lo ho (a mio parere) migliorato.
Penso sinceramente che ora la cosa possa soddisfare i lettori più esigenti (Optical è esclusa dalla lista dei lettori esigenti).
In questa settima puntata faremo un balzo nel presente, un piccolo intramezzo (se vogliamo anche ironico) per raccontare uno spaccato della vita presente del nostro eroe.
Il quadro del racconto oramai è ben fisso nella mia mente (approssimativamente).
Vi ricordate? Avevamo lasciato il nostro giovane "eroe" sul treno per Varese durante una delle sue fughe del sabato pomeriggio. Ma non ci perdiamo in chiacchere e via con il settimo episodio.
Alla stazione di Varese trovava finalmente la sua biondina, e tutto si sistemava. Passeggiavano ore e ore mano nella mano su e giù per il corso, dentro e fuori dai negozi, nel centro commerciale, al McDonald’s, in gelateria e al mini golf.
Purtroppo però alla sera si finiva inevitabilmente di nuovo alla stazione. Lei singhiozzava. Lui cercava di consolarla e tirarle su il morale, quando avrebbe avuto bisogno di essere confortato lui stesso.
Saliva sul treno come un condannato a morte sul patibolo. Prendeva posto su una poltrona e poi parlava con la biondina attraverso il finestrino, per quei pochi istanti prima della partenza.
Il viaggio di ritorno era diverso da quello di andata, non vedeva più nessuno di quel suo immaginario piccolo esercito di innamorati (se li era ormai figurati vittoriosi e trionfanti che giacevano con le loro compagne e compagni in un caldo letto davanti al fuoco, un pensiero molto romantico).
Su quel treno c’erano soltanto ragazzi diretti in discoteca. Scendevano a Milano per abbracciare ciò da cui lui tentava di sfuggire. La notte cominciavano a inghiottire il panorama e quell’avanzata verso l’inferno era sempre troppo veloce. Neppure le decorazioni natalizie sparse per la città lo tiravano su di morale, anzi lo rendevano triste a malinconico.
“Il natale, certo che manca ancora parecchio a natale”, seduto sulla sua sedia da ufficio, il ragazzo si dondola distrattamente fissando il soffitto. Mani dietro la nuca e una biro che gli pende dalla bocca.
“Che diavolo hai detto?”, il vicino di scrivania, notando che il ragazzo stava parlando, si leva le cuffiette dalle orecchie con fare scocciato.
“No, dicevo… manca ancora un bel po’a natale”, le parole del vicino lo riportano bruscamente alla realtà dell’ufficio, si sistema sulla sedia e accende il pc.
“Secondo me tu ti droghi! Ma di roba bella pesante mi sa”
“Se vuoi ti faccio conoscere il mio pusher, ti farebbe bene anche a te un poco della mia droga”
“No grazie, la cocaina non fa per me”
“E chi ha mai parlato di cocaina?”
“Neppure la marijuana e le anfetamine mi piacciono”
“Ma che cazzate vai sparando?”
“Minchia vai giù di eroina? Sei messo male allora”
“Comunque secondo me, quello si droga di brutto”
La giornata al lavoro non può che passare come al solito: Accensione del pc, rapida carrellata di tutti i siti di interesse personale (facebook, blog personale e di altri conoscenti virtuali, corriere della sera e infine un veloce controllo di un portale di snowboard al quale è iscritto), dopo si comincia con il lavoro vero e proprio (Ovviamente dopo aver messo su le sue cuffiette e aver fatto partire della buona musica): comincia a digitare sulla tastiera righe e righe di codice, fermandosi solamente per andare in bagno o per aspettare il caricamento delle pagine sul computer (di solito occupa questi tempi morti buttando qualche occhiata a facebook e a qualche giochino online). Finito un progettino o arrivato ad una tappa intermedia si prende una breve pausa per sgranchirsi le gambe e poi il tutto ricomincia da capo fino all’orario di pranzo. In pausa si concede qualche partitella a calcio balilla nella sala giochi del vicino centro commerciale e qualche divertente scambio di battute coi colleghi.
Dopo la pausa si ricomincia fino alle sei di sera, orario in cui schizza fuori dall’ufficio come un centometrista alla partenza della gara.
Riapre il suo monopattino, si calca per benino il cappellino di paglia sulla testa e parte dandosi un paio di spinte.
“Sto cazzo di tempo, sta mattina si moriva di caldo e ora fa quasi freddo. Dopotutto è anche giusto così dato che siamo ad ottobre oramai”.
Solito lungo viaggio in metrò condito con la lettura di qualche buon libro (il signore degli anelli nel caso specifico) e arrivo a casa per l’orario di cena.
Raldi @ 16:36 | commenti (10)|
Cominciavate a sentirne la mancaza eh?
Lo immaginavo, e così vi ho preparato un bel pacchettino con il sesto episodio.
Nello scorso episodio il nostro buon "eroe" è stato trascinato dalle brutte compagnia verso la droga e l'alcol. Dalla prima ne è venuto fuori senza troppi problemi e guadagnandoci anche qualche soldo, ma il secondo vizio invece sembra essere più duro a morire.
In questa sesta puntata cercherà di trovare una soluzione a tutti i suoi problemi, vediamo come.
Il passo dopo era breve: prossima fermata Navigli. Centro nevralgico della movida milanese. Quelli che venivano dalle periferie convergevano li per bere, fumare e per un divertimento sfrenato. Posto ideale per cercar guai e per farsi qualche bevuta in compagnia di belle ragazze con cui flirtare.
Nella sua testa però rimbombava sempre quel bisogno di libertà.
Le “sgrille”, così le chiamavano i suoi compagni, che conosceva sui navigli, quelle che si facevano offrire un cocktail al bancone del locale e che gli raccontavano la loro vita (genitori oppressivi, ragazzo troppo possessivo e tremendo bisogno di apparire erano le caratteristiche più comuni a quelle ragazze) gli sembravano così vuote rispetto alla sua biondina. Era proprio cotto quel pollastro. Era convinto che la sua donna fosse diversa e unica. Una rara gemma in mezzo a un mucchio di pietre senza valore alcuno.
Cominciò a cercare un modo per poter raggiungere il suo paradiso dei sensi ogni volta che ne aveva bisogno. Il suo motorino era un'ottima alternativa, ma il viaggio risultava massacrante, soprattutto nelle giornate fredde, e anche complicato da nascondere ai genitori. Inoltre quel suo vecchio Malaguti Firefox non era proprio il mezzo più affidabile per uno spostamento del genere.
Alla fine optò per il treno.
Il sabato, appena finito di pranzare, sgusciava fuori casa cercando di dare il minor numero di spiegazioni possibili e andava alla fermata dell’autobus ad aspettare l’arrivo del 321 o del 322.
In metrò le prime volte si sentiva spaesato: il sabato pomeriggio quelli che prendevano la metropolitana erano per lo più ragazzi diretti in centro o verso qualche discoteca pomeridiana. Tutte enormi compagnie di ragazzi, e lui era terribilmente solo.
In qualche occasione gli era capitato di trovarsi nello stesso vagone con qualcuno che aveva già incontrato sui navigli durante qualche bagordo post serata alcolica coi compagni del parchetto. Gente con la quale magari aveva avuto qualche diverbio non solo verbale, ma che in questo momento era in evidente superiorità numerica. In certi casi cercava di non dare nell’occhio, per non doverli affrontare. Ma in un paio di occasioni aveva dovuto difendersi coi pugni aspettando di arrivare finalmente a Cadorna.
Il viaggio in treno poi era fantastico, gli piaceva giocare al globe trotter, lo faceva sentire libero, indipendente e gli dava un assaggio di avventura. La stessa avventura che qualche anno più tardi si sarebbe a poco a poco trasformata nella sua principale fissazione cerebrale, spingendolo a una ricerca spasmodica.
Sul treno poteva rilassarsi, qui non c’erano ragazzi da cui difendersi. Seduto su quelle carrozze il suo stato d’animo e il suo umore cominciavano a cambiare e a distendersi.
Era affascinato dal panorama della città che scorreva fuori dal finestrino e che via via andava allontanandosi. I palazzoni, le strade trafficate, i muri con i graffiti, lasciavano posto a villette, prati di campagna e in lontananza si riuscivano anche a vedere le montagne. Era come uscire da una bolgia infernale e scoprire il purgatorio.
Sul treno studiava accuratamente tutti i passeggeri: abiti, movimenti, fisico e azioni. Si lasciava rapire dai dialoghi tra le persone sedute vicino a lui, mentre la sua fervida immaginazione si figurava la vita di chi gli stava accanto: Studenti universitari di ritorno dalle lezioni, commesse del centro che avevano finito il turno di lavoro, vecchiette che andavano alla casa sul lago, e soprattutto, ragazzi e ragazze (per lo più ragazze) che, come lui, migravano verso Varese per incontrare amici, fidanzati o ragazze conosciute in discoteca il week end prima o su internet. Se li era figurati come suoi simili, tutti in fuga dall’inferno. Un minuscolo esercito di trote, innamorate e sognanti, che risaliva la corrente per scappare da quel centro d’attrazione giovanile e di degenero che era la città grigia.
Scusate se in questo episodio ho dovuto un po abbondare con le parole, ma era importante. Queste frasi mi ricordano uno dei periodi più romantici della mia vita. Prendere quel treno per me era tutto all'epoca. Significava scappare, significava sentirsi adulto, significava essere indipendente e significava (nel mio piccolo) avventura.
Quante persone ho conosciuto e quante cose mi son successe su quel treno. La mia immaginazione vagava a più non posso cercando di colmare l'immensa curiosità mossami dalla vista di tutte quelle persone.
La stazione poi era un luogo magico, ma di questo parleremo nel prossimo episodio
Raldi @ 15:32 | commenti (20)|
Benvenuti cari lettori alla quinto appuntamento con il nostro giovane "eroe", se così possiamo chiamarlo.
Oramai è approdato alle scuole superiori, il primo anno scivola via con gli episodi che abbiamo letto nella quarta puntata, arrivano le vacanze estive e con loro una sorta di effimera felicità fugace, e poi il ritorno in città.
Vi lascio alla lettura della quinta parte senza svelarvi altro
Passò quell'anno scolastico e finalmente arrivo l'estate. Lavorò nella carrozzeria paterna (altra trappola diabolica che gli torturava la mente), per racimolare abbastanza soldi, e poi finalmente, sarebbero stati solo lui e la sua biondina.
Quando era li con lei e i suoi amici cambiava radicalmente, non era più quel rifiuto della società che i professori vedevano, anzi era affabile, socievole e molto tranquillo. Il suo piccolo paradiso lo trasformava. Come un drogato in crisi di astinenza che riceveva la sua dose, anche lui si rilassava facendo grandi sorsate di libertà.
I suoi carcerieri ovviamente non lo capirono, e lo trascinarono via a metà della vacanza per portarlo al mare con il resto della famiglia. Azione che scatenò in lui un profondo odio per l'ambiente marino negli anni a seguire.
Tutto tornò come prima, il sangue alla testa, la voglia di fuga, l'oppressione, quella morsa al petto che gli toglieva il respiro quando pensava al suo piccolo paradiso dei sensi.
Con settembre alle porte la sua furia nei confronti del genere umano era ormai alle stelle. Il primo giorno di scuola all'ingresso si era ritrovato con tutta la combriccola dell’anno prima. Adesso sarebbero stati loro a comandare, nonostante fossero solo di seconda. Per loro si prospettava un futuro intriso di sadico divertimento, e violenza ai più deboli, sempre per quella legge del dover ostentare quella presunta virilità da quattro soldi.
Entro novembre aveva già finito lo spazio per le comunicazioni alle famiglie sul libretto scolastico. Questo ovviamente non migliorava la situazione nella casa/galera.
Ben presto girando con certe compagnie era inevitabile che finisse nella zona dei bagni intento a “rollarsi un cannone”, come dicevano i suoi amici.
L'erba però non lo riuscì mai a prendere seriamente, non gli piaceva il dover spendere tutti quei soldi per pochi istanti di sballo cerebrale. Anzi, la utilizzava come utile mezzo di sostentamento. Comprava la maria a prezzo scontato dai ragazzi più grandi e la rivendeva ai suoi compagni di scuola. A volte, quando sapeva che c’era in ballo l’organizzazione di un festino anticipava i soldi per l’acquisto dell’erba necessaria, e poi, d’accordo con gli organizzatori, si rifaceva sugli invitati che ne fruivano. Ricavava così un lauto compenso per se e per i suoi compagni, senza neppure toccare l’erba. Un vero e proprio businessman della periferia.
Un bel giorno mollò tutto. Regalò le sue ultime cartine ad un amico del parchetto insieme ai cinque grammi che gli avanzavano. Lo avviliva la vista dei suoi amici rincoglioniti sulle panchine del parchetto, e soprattutto l’idea che era stato lui il tramite per l’acquisto. Anche la visita dei cani (i carabinieri) nella compagnia dei ragazzi più grandi non era comunque una ragione da trascurare (stava imparando a farsi furbo).
Gli insegnamenti paterni lo avevano salvato da quel mondo di droghe leggere che, per alcuni dei suoi compagni, sarebbe sfociato, negli anni successivi, in quello della polverina bianca, delle pasticche e delle siringhe.
Raldi @ 13:23 | commenti (14)|
Continuiamo a conoscere il giovane protagonista di Nato sbagliato in questo quarto episodio.
La vita all'istituto tecnico comincia ad assorbirlo totalmente. Si ritrova in un mondo nuovo, senza neppure accorgersene e. Un mondo che non promette certo nulla di buono per il futuro, ma che ai suoi occhi di adolescente risulta soltanto un divertente passatempo.
Come al solito vi allego il link alle puntate precedenti per chi si trovasse a passare di qui per caso e volesse dare una lettura al mio racconto.
Le vacanze di natale erano state una boccata d'aria da capogiro, se le era godute fino in fondo per quanto brevi fossero state.
Da un certo punto di vista quelle vacanze gli avevano fatto più male che bene: Ritornato nella prigione la sua cattiveria aveva raggiunto livelli impressionanti, il sangue gli ribolliva nel cervello, e al primo compagno che lo aveva infastidito rispose scaraventandolo contro un muro. Azione che ovviamente gli valse una bella convocazione in presidenza, la prima di una lunga serie.
Gennaio portò oltre ad un freddo polare anche una bella autogestione. Un concetto nuovo per il ragazzo, il quale vi si presentò del tutto indifferente e disinteressato, ma scoprì presto che poteva ricavarne qualcosa di davvero divertente.
In una delle classi un gran numero di ragazzi si era stretto attorno a due primini intenti in una zuffa, spettacolo che deliziava gli studenti più grandi, la lotta dei primini.
Qualcuno decise di organizzare un torneo scegliendo a casaccio qualche piccolo gladiatore tra i curiosi che facevano capannello. Ovviamente la sua figura di un metro e novanta per un centinaio di kili non poteva passare inosservata, e lui non era certo tipo da tirarsi indietro.
Alcuni di quelli del suo paesino, tutta gente frequentatrice del parchetto di via Fermi con la quale usciva il pomeriggio, sapevano che lui poteva dire la sua se si trattava di menare le mani e si misero a tifare per lui.
Al momento del suo scontro si era trovato davanti uno di quei classici ragazzetti spavaldi che non perdono mai. Nonostante non fosse molto grosso, sopperiva a questo difetto con la velocità.
Spavaldo il piccoletto aveva affermato che:"Più son grossi più fanno rumore quando cadono", povero ragazzo. Di li a poco si sarebbe accorto che anche i piccoli fanno rumore cadendo. Molto rumore nel suo caso.
Da quell'autogestione saltò fuori che quel ragazzo riusciva a tener testa anche agli studenti di quinta, cosa non indifferente per un primino. Ovviamente, grazie alla notorietà dell'autogestione i suoi amici potevano ora girare per l'istituto con fare da padroni, e il ragazzo non era certo da meno. Aveva trovato un ottimo passatempo per ammazzare la noia.
Se i professori lo volevano rifiuto sociale, allora lui rifiuto sociale sarebbe stato, peggio per loro che avevano innescato quella bomba ad orologeria.
Raldi @ 11:05 | commenti (11)|
Continua il nostro consueto appuntamento con Nato sbagliato, il racconto autobiografico sulla vita di Raldi.
Oggi entriamo nel vivo del racconto, veniamo catapultati direttamente indietro negli anni fino al tempo delle scuole medie e al passaggio alle superiori.
Comincia così questa breve esperienza letteraria del nostro eroe:
Le scuole della periferia sono tutto un altro mondo:
Quando era appena approdato alle superiori si ritrovò in una classe dove non conosceva praticamente nessuno, solo qualche faccia vista in giro per il suo paese di tanto in tanto. Lui non era mai stato un ragazzo molto socievole. Anzi, gli insegnamenti paterni lo avevano reso malfidente verso il prossimo, e non si apriva mai con nessuno. Limitava i rapporti con i coetanei ai banali convenevoli del "Ciao" e del "Tutto apposto?". Niente più. Si potrebbe addirittura dire che già mentre gli interlocutori gli rispondevano lui avesse occupato il cervello con altro.
Non sopportava molto lo stare a scuola, non era il suo posto, e se lo sentiva rimbombare nel cervello dalla mattina alla sera.
Aveva deciso di farsi scivolare addosso quei cinque anni di prigionia senza il minimo rimpianto o dispiacere. Era quindi inutile stringere rapporti o altro con persone per lo più noiose. Era anche inutile sforzarsi di cercare una qualche sorta di eccellenza negli insegnamenti dei professori, tutti per lo più inutili e noiosi.
Idee maturata durante l'ultima estate. Un periodo che durante quell'anno scolastico, e anche negli anni successivi avrebbe ricordato come il primo dei periodi più belli della sua vita: La scoperta di quello che era l'amore (aveva perso la testa per quella biondina coi capelli ricci che si sdraiava con lui nell'amaca), durante quelle vacanze in montagna. Aveva stretto rapporti con degli amici come mai gli era successo prima. In una sola estate aveva conosciuto l'amore e l'amicizia in un posto stupendo che offriva parecchi spunti di divertimento. Cosa poteva volere di più dalla vita un ragazzino di tredici anni? Per lui quello era il suo paradiso, il suo Nirvana sia fisico che mentale.
Con settembre però, vide scappargli via la sua piccola felicità. Chiuso in se stesso, decise che avrebbe tenuto duro. Avrebbe sofferto le sue dannate sei ore seduto al banco e poi si sarebbe goduto la libera uscita pomeridiana al parchetto, prima di rientrare in quella gabbia di finto oro che era casa sua con i suoi occupanti. Il tutto fino alle vacanze di natale per riassaporare quella felicità, e poi fino a giugno, per scappare dalla sua biondina, che lo aspettava penzolante su quell'amaca.
I professori ovviamente erano soltanto un grosso impiccio. Più di una volta si sarebbe rivolto loro utilizzando frasi del tipo:"Io non darò alcun fastidio a voi, se voi non ne darete a me!", intimando al corpo docenti di non dargli troppe noie. Non era sicuramente alla ricerca di bei voti o che. E certamente non voleva farsi nemici nella scuola. Quello che gli interessava era che quei cinque anni scivolassero via veloci e senza dolore.
Raldi @ 16:15 | commenti (16)|
Ecco a voi la seconda parte del breve racconto che sto scrivendo.
Questa seconda puntata possiamo individuarla come la conclusione dell'intro al racconto.
Per chi si fosse perso la prima puntata la può leggere qui.
Più avanti potrete trovare tutto il racconto raccolto sotto il tag Nato sbagliato.
Ho imparato anche io a usare i tag yeah!!! (e sono perito informatico) Solitamente mi dimentico sempre di mettere le spunte.
Bene, basta cincischiare, vi lascio alla lettura.
Il suo collega vicino di scrivania lo vede entrare con il monopattino mentre ride e se ne chiede il perché, sempre più stupito dalle stranezze del collega che ogni giorno se ne viene con qualcosa di nuovo, vedi il monopattino.
"Cazzo c'hai da sghignazzare di prima mattina?"
"C'erano due modelle in ascensore... le ho, per sbaglio, spedite al quinto piano, colpa di sto nuovo metodo con cui vanno gli ascensori"
"Contento tu", i modi di fare del collega gli ricordano tanto la scuola. Quel menefreghismo, quella svogliatezza misto a quel "io non faccio niente più del minimo indispensabile", erano tipici nella sua scuola. Lui stesso ne era un grande sostenitore all'istituto tecnico.
Arrivato alla scrivania comincia a svuotare la tracolla, ne escono un paio di fumetti, un pacchetto di cicche, un quaderno degli appunti (praticamente vergine, dato che appunti non ne prende mai. Non ne prendeva mai neppure in classe), e un copia de "Jack Frusciante è uscito dal gruppo".
Si sofferma un poco sul libro prima di riporlo in un angolo in attesa dell’ora d’aria della pausa pranzo.
Riflette sul linguaggio quasi da sms usato nel libro, e per quanto lo trovi triste, si rende conto che rispecchia il modo in cui parla la sua generazione, e anche lui non è da meno.
Cerca di figurarsi il protagonista mentre va a scuola con la bicicletta. Ovviamente nella sua testa i colli bolognesi a lui sconosciuti, sono sostituiti dalle rotonde e dagli incroci trafficati di un paese nella prima periferia milanese. Nota subito che qualcosa non torna, come una nota che stona durante una canzone melodica.
Proprio quel tipo, quell'Alex D., così come lui se lo è figurato, così come il libro lo ha descritto. Il classico "alternativo" o se vogliamo il tipino da "io mi distinguo dal gruppo perché sono la pecora nera, sono l'unico e il solo, gli altri sono soltanto dei pecoroni". Comportamento tipico e dilagante nelle scuole della città grigia.
Ma qui siamo nella periferia cristo. Qui all'istituto tecnico uno come Alex D. non durerebbe un secondo. E lui lo sa bene, ha vissuto in quella scuola ancora quando era considerata una degli istituti più malfamati della città. Conosce fin troppo bene quella maschera che tutti erano obbligati a portare. Non c’era spazio per la spontaneità. Un ragazzo che si interessa di poesia e si scambia libri con una tipa? Gli sale un brivido di ribrezzo all’idea. Lui stesso a primo impatto, leggendo di quell’amore platonico, fatto solo di chiacchierate, sofferenze, parole e sentimenti soffocati dentro nel profondo, aveva pensato a quanto Alex D. fosse, come avrebbero detto all’istituto tecnico, semplicemente uno sfigato.
Poi riflettendoci un attimo aveva ricordato che anche lui c’era passato da quello strano rapporto. Anche lui aveva finito con l’innamorarsi di quella sua compagna di judo che gli stava sempre vicino e che all’inizio non aveva nemmeno preso in considerazione. Troppo preso dalle paranoie che gli tirava la sua ex, il suo primo vero (unico?) amore, quella biondina conosciuta in quel piccolo paesino di montagna che lo aveva lasciato tradendo tutti i suoi sentimenti più nobili.
Raldi @ 09:47 | commenti (12)|
Ebbene si cari miei, oggi sono in ufficio, ma solo con il corpo. Con la testa sto già surfando le distese bianche (speriamo che resistano) di Les Deux Alpes.
Stamane non ho ancora concluso un emerita cippa lippa! Sintomo del fatto che la mia testa è altrove.
In realtà qualcosa l'ho conclusa: una magnifica lista in formato excel delle cose da portare via.

Il TomTom lo porto ma solo per le emergenze del tipo:
A me non piace tutta sta tecnologia, quindi mi farò il viaggio in macchina da solo come si faceva una volta. Con cartina e indicazioni. Se sabato sera alle 23:00 dopo 12 ore di viaggio, non avrò trovato l'alloggio, accenderò il tomtom. Dopotutto il viaggio è parte fondamentale dell'avventura!
In modo da non ritrovarmi domenica prossima all'arrivo della funivia e accorgermi di aver dimenticato la tavola a Milano, o cose del genere.
Va che quando mi ci metto so essere anche ordinato, addirittura ho messo le caselline per spuntare: Una per il primo controllo meglio definitto, ammassamento della massa di roba, una per il controllo della sera prima, e una per il dopo aver caricarcato nella car, appunto!
Se a qualcuno dovesse venire in mente qualcosa che mi son dimenticato, o che ritiene indispensabile per un viaggio può anche dirmelo e provvederò ad aggiornare la lista.
Come vi avevo anticipato sta sera, o al più tardi domani metterò online una prima pillolina del racconto breve che già qualcuno di voi ha addocchiato nelle poche ore che è stato online, probabilmente lo rileggerò e magari gli farò anche qualche modifica quindi leggete cari miei.
Inutile dire che mi aspetto tanti bei commenti (lusinghieri) da parte vostra, così da poter far finta di arrossire e darmi qualche pacca sulla spalla da solo.
Quindi vi mando l'appuntamento a domani per la lettura della pillola, e a fine settimana per i saluti che si convengano al caso, e magari anche qualche foto del pre-viaggio
"Guarda che tipo...", questo pensa il camionista seduto sul suo bel sedile reclinabile, l'aria condizionata a manetta sparata in faccia mentre fuori ci sono già i 30 gradi canonici delle 9 del mattino in quel di Milano.
Raldi @ 11:26 | commenti (13)|