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Immagine e Vignette: Raldi
In undici anni di vita in materassina ne ho viste di tutti i colori.
Ho cominciato quando ero in quarta elementare, così, un po'per gioco, un po'perchè il dottore diceva che avevo bisogno di fare sport (e il calcio mi faceva schifo), un po'perchè ero assuefatto dalle arti marziali e volevo distribuire lividi e ossa rotte a chi mi stava sulle balle.
Il mio primo maestro fu sicuramente colui che mi diede la disciplina. Prese quel ragazzino grassoccio e iperattivo che ero e lo ridimensionò a dovere.
Mi insegnò l'umiltà e il rispetto verso i compagni, grazie a lui probabilmente ho imparato a non arrendermi mai in materassina e a rialzarmi dopo ogni colpo.

Il mio secondo maestro fu quello che mi crebbe come judoka. Mi ha insegnato le basi delle tecniche, mi ha fatto allenare, mi ha tenuto nei binari "giusti" e mi ha insegnato un judo basato sulla tecnica.
Con lui ho avuto le mie prime vittorie, nella categoria dei pesi massimi in federazioni secondarie. Un periodo in cui la mensola della mia cameretta si riempì di trofei luccicanti che mi fecero solo venire più fame di vittoria.
Lui mi ha cresciuto per diventare il suo sostituto, per prendere il suo posto in palestra in un futuro. Per me c'erano solo le gare. Avevo bisogno di misurarmi, volevo nuove sfide, nuovi stimoli. Volevo passare nella federazione principale italiana (fijlkam).
Ero spavaldo, sicuro di me, e non temevo nessuno. Mi allenavo come un mastino, cinque, e a volte anche sei, giorni la settimana, e la domenica gara. Durante i miei allenamenti massacravo i miei compagni, si dovevano alternare in tre a giro per permettermi di tenere un buon ritmo.
Mi allenavo anche in sala pesi e in quel periodo riuscii a dimagrire visibilmente, scesi di due categorie di peso passando da un buon 115 kg a 86 kg nel giro di meno di un anno. Mi sentivo forte, mi sentivo invincibile, e per la prima volta mi sentivo anche più veloce e snello.
Mi presentai alla prima gara in fijlkam (qualificazioni campionati italiani juniores) sicuro di vincere, fu uno schiaffo morale spaventoso perdere con quel ragazzo di Como. Lo stesso ragazzo che in seguito sarebbe diventato la mia "bestia nera".
Quell'anno si concluse con dei magri risultati, riuscii a raccimolare giusto qualche terzo posto e qualche punticino per la cintura nera (ne servono 40 per avere una cintura nera in fijlkam, ad oggi io sono riuscito a raccimolarne solo 6). Il risultato più alto fu il terzo posto alla Coppa Lombardia, sempre dietro a quel ragazzo di Como.

Ero arrabbiato con me stesso, davo la colpa dei miei fallimenti ad un allenamento insufficente, quindi spingevo sempre di più.
Per permettere al mio corpo di tenere il passo con gli allenamenti, alla sera quando tornavo a casa, facevo dei bagni nell'acqua ghiacciata. Così il mio corpo il giorno dopo sarebbe stato tonico e pronto per prendere altre botte.
Ero così avido di vittoria che abbandonai il mio maestro scaricando su di lui le colpe della mia preparazione senza esperienza di gare agonistici di un certo livello. Andai in una delle palestre più quotate di Milano pensando che loro sarebbero riusciti a valorizzare le mie capacità.
Passai dall'essere il campione, assecondato e aiutato da tutta la palestra, ad essere l'ultima ruota del carro. Un atleta da "macello".
I veri atleti di punta della palestra utilizzavano me ora come sparring partner, ero abbastanza grosso e abbastanza forte da farli lavorare meglio che con i ragazzini delle nuove generazioni, ma non abbastanza da batterli e da rispondere a dovere ai loro colpi. Fu uno schiaffo morale ancora più grosso che digerii solo piegando la testa e allenandomi ancora di più.
L'unico problema era che ora avevo finito la scuola ed ero entrato nel mondo del lavoro. Non potevo più permettermi di fare delle belle dormite pomeridiane ristoratrici o di unire all'allenamento in materassina un allenamento in palestra.
Mi resi conto sul serio che per continuare a certi livelli e fare il salto di qualità avrei avuto bisogno di opportunità come quelle che avevano la maggior parte dei miei nuovi compagni: Erano tutti studenti universitari, per buona parte fuori corso e con genitori che assecondavano i loro allenamenti e anzi, li incitavano nel proseguire.
Insomma per farla breve avrei avuto bisogno di: soldi e tempo.
Due cose che per me che mi autofinanziavo sia gli allenamenti che gli spostamenti per le gare con i miei mille euro mensili scarseggiavano non poco.
Riuscii nel giro di un anno a guadagnarmi un posticino tra gli atleti della palestra, se non altro per la mia costanza e la mia forza di volontà.
Ma alla fine si doveva giungere al momento del collasso.
Il momento in cui tornato a casa la sera per prendere il borsone e uscire di nuovo per andare agli allenamenti cominciava a diventare uno sforzo troppo pesante.
Quando la mattina dopo gli allenamenti mi alzavo dal letto e zoppicavo verso l'armadietto delle medicine per il dolore al ginocchio e realizzavo che mi aspettava la traversata della città in metropolitana.
Forse cominciavo a perdere la fame di vittoria che mi aveva spinto fin li e alla fine mi sono arreso all'evidenza. Non basta volere una cosa per poter riuscire ad ottenerla.

Ieri sera è stata la mia ultima lezione di judo. Appenderò il judogi al chiodo.
Ieri sera mentre zoppicavo verso la macchina mi sono voltato verso la materassina. Ho voluto darle un ultimo sguardo.
Tornando verso casa ho ripercorso tutti i momenti belli e i momenti tristi vissuti in undici anni di vita in materassina. Le botte prese e le quelle date.
Dentro di me ho capito di essere arrivato alla frutta. Mi sono sentito sconfitto, è proprio il caso di dirlo.
Ho sentito il bisogno di prendermi una pausa, di cominciare a vivere più rilassato.
E' il momento di fermarsi e dedicare il mio tempo ad altro. Cercando nuove esperienze e nuove soddisfazioni ho deciso di dedicarmi definitivamente alla montagna come passione principale. Vivendola diversamente dal judo in maniera più rilassata, basta con l'agonismo. Voglio finalmente cercare un poco di pace

Raldi @ 10:25 | commenti (9)|
Ciao a tutti stop
Mi sento svuotato stop
Il week end non è andato bene come credevo stop
Pensavo di ritornare bello carico e invece sono tornato scarico stop
Tipo i coniglietti della pubblicità della duracell stop
E in questo caso io non sono il coniglietto arancion stop
Fino a settimana scorsa ero sicuro dei miei sogni e invece ora no stop
Spero solo che venga una bella nevicata per poter andare sulla neve questo week end stop
Da solo stop
Senza compagni di viaggio pesanti e anche debilitanti per il mio fisico stop
Una giornata riflessiva fuori dal mondo stop
Anche se temo che non riesca a migliorare la situazione stop
Il mio vecchio mi ha fatto una proposta di lavoro stop
La proposta di primo acchitto mi ha lasciato indifferente stop
Ora mi alletta non poco stop
Ho una mente debole e volubile stop
Stop stop
Raldi @ 09:30 | commenti (19)|
A voi piace il silenzio?
No sul serio, fermatevi un attimo, spegnete le casse dello stereo, cercate di rendere lo spazio che vi circonda il più insonorizzato possibile e ascoltate.
Vi piace quello che sentite?
A me il silenzio piace da morire, mi piace sentire il vuoto. Mi da una sensazione di pace, tranquillità, calma.
Penso che sia per questo che mi piace da matti stare in piedi la notte quando tutti dormono e in casa c'è finalmente silenzio.
E' anche vero che i silenzi non sono tutti uguali, ci sono momenti in cui il silenzio è piacevole, anzi è quasi obbligatorio.

Come fai a non startene un po' zitto davanti a una simile vista? (Arrivo del trenino sul Monte Generoso - Mendrisio (in lontanaza Monte Rosa e Cervino))
Non puoi far altro che spegnere il lettore mp3 e fermarti un attimo a guardare.
Per un dannato minuto non puoi non mettere in pausa tutto quel frastuono che hai nel cervello e non pensare a nulla.
Ci sono poi momenti in cui vorresti il silenzio, ma sembra impossibile averlo.

In certi momenti, io mi creo una sorta di silenzio immaginario, come se staccassi il jack audio delle orecchie, e il silenzio è fatto. Al massimo si sente giusto un piccolo ronzio di sottofondo.
In questi momenti la mente vaga. Il pensiero naufraga e ti ritrovi a pensare cose che non stanno ne in cielo ne in terra.

Ti saltano fuori progetti folli campati per aria. Talmente folli che potrebbero addirittura essere veri.
Sono progetti piacevoli in fin dei conti. Ti ritagli vari spazi di tempo per pensarci e per affinarne i particolari.
Tanto che dopo qualche tempo ti convinci che non sono poi tanto folli, anzi, sono fattibilissimi. Basterebbe solo...

Forse però è meglio che non ti distrai troppo mentre sei nel traffico cittadino!
Ma non divaghiamo, torniamo all'argomento principale: il silenzio.
Alla fine invece ci sono silenzi (sembra banale dirlo) che fanno più rumore di un elefante in preda ad un attacco di isterismo.
Sono quei silenzi che cerchi di coprire alzando il volume dell'autoradio. Quelli che cerchi di spezzare facendo qualche colpo di tosse o lasciandoti andare a brevi disquisizioni metereologiche: "Fa freschino questa sera!"(ed altre che non sto qui a scrivere per la banalità).
Sono quei silenzi che ti mettono addosso una specie di angoscia. Sono tristi. Tristi come un funerale in Novembre, a Lodi, con la Nebbia, e il carro funebre ha anche bucato una gomma. (cit. Oggi sposi)
Cosa fare in questi momenti?
Quasi in automatico sfuggi da questa situazione scomoda e ritorni in quella piccola stanzetta del tuo cervello per tornare ad affinare i tuoi progetti. Ed è in questi momenti che le follie ti sembrano l'unica via di fuga, l'unica ancora di salvezza.
Poi alla fine qualcuno rompe quel silenzio improvvisamente.
"Buona notte..."
"Notte..."
"A domani..."
Non resta altro da fare che inserire la prima e lasciar scivolare l'auto verso casa, fare una passeggiata con Pit, e poi mettersi a letto con il netbook sulle ginocchia per scrivere qualcosa .
Scrivere per potersi sentire, in una notte silenziosa in cui tutto tace e finalmente posso avere un po di pace... anche io (Mancherebbe solo una sigaretta, in certi momenti ho proprio voglia di arrotolarmi una sigaretta come ai vecchi tempi).
Raldi @ 11:32 | commenti (11)|